5. San Biagio in Caprile › Spoleto
(12 agosto) Spoleto è fichissima! Questa è stata la mia prima impressione appena arrivato. Ma partiamo dal mattino. Sveglia alle 8, col fresco della valle che entra dalla finestra. Ho dormito benissimo, lenzuola fresche e silenzio assoluto. L’ex abbazia meriterebbe qualche giorno in piú, ma il tipo che la gestisce è veramente un attaccapezza infinito. Mi prepara la ‘colazione’, caffè latte e tre fette biscottate con burro e marmellata. Mi parla di un suo amico di Modena che fa il pittore, dell’amore libero degli anni ‘70 e di gite ‘spirituali’ nei boschi (mah!). Temo sia impazzito come Jack Nicholson all’Overlook Hotel… Ci sono altre persone che arrivano e vanno, riesco a trascinarlo al banco per pagare e me la filo. Compro anche quattro segnalibri fatti dai ragazzi di una cooperativa.

Parto, cielo abbastanza sereno e strade di mezza collina solitarie. Dopo un’ora arrivo ad Assisi. Pervaso dalla spiritualità che mi ha lasciato l’ex abbazia vado prima all’Eremo delle Carceri, il ritiro di San Francesco per pregare. Non c’è molta gente, la maggior parte va ad Assisi. Un breve sentiero a piedi e arrivo all’Eremo:un po’ nascosto, molto raccolto, alcuni francescani vivono ancora qua. Da una piccola terrazza si entra per una porta e sembra di accedere a stanze segrete, intime. Quattro, cinque piccole stanze di raccoglimento, o così sembra, che scendono, collegate tra loro da strette scale e ancor piú stretti passaggi. Alla fine si esce su una rampa che porta al leccio dove erano soliti posarsi gli uccelli per ascoltare le parole del Santo; è ancora vivo ma si apre in varie parti, alcuni tronchi sono ridotti a rami sottili, ed è retto da sostegni in ferro; sembra che faccia di tutto per rimanere vivo… C’è anche una scultura di Francesco sdraiato a terra con le braccia dietro la testa e i piedi incrociati, guarda in alto; gli manca un filo d’erba in bocca e sembra la posa di Tom Sawyer!

Torno all’auto e scendo verso Assisi. Parcheggio, mangio un boccone (in tutti i sensi, è una focaccia enorme…) e vado verso la Basilica. Il cielo è coperto di nuvole che si stanno addensando. C’è molta gente, sembra un po’ una di quelle situazioni tipo Lourdes: a dire il vero lo temevo, anche se una volta dentro è difficile dare giudizi, io poi sono il meno indicato… Ci sono moltissimi stranieri, tanti inglesi e americani, tanti giovani, gruppi di amici, ma anche famiglie. La facciata della Basilica è molto semplice e pulita, il bello è dentro. Temo per il terremoto del ‘97, stamattina passando per Nocera Umbra avevo visto ancora molte baracche, invece mi sembra che il danno non sia stato così grave, o forse il grosso è già stato recuperato: due ali della navata centrale, parte del Cimabue, parte del cielo stellato, una sottile striscia della volta sopra il rosone all’ingresso… sembra semplice da ricomporre (la faccio facile io!). Mentre guardo gli splendidi affreschi di Giotto, Martini e Cimabue, noto due situazioni surreali: nei chioschetti di informazione i frati sono tutti cinesi… e all’ingresso un vigilante continua a ripetere in un microfono «Silenzio» e «Sttt!»… geniale!
Proseguo la visita, seguo il fiume di gente. Entro nella cappella delle reliquie: c’è una pergamena scritta dal Santo, con le regole dell’ordine; frammenti della corda con cui si legava la tunica e la tunica stessa, fatta di vari pezzi di stoffa cuciti assieme, diversi ma tutti di toni scuri/grigi. Le cuciture, così bianche da sembrare nuove, e la qualità dei alcune stoffe, mi fanno dubitare dell’originalità del saio; ma leggo che il corpo di San Francesco venne trovato solo nel 1888, poiché i suoi fedeli lo avevano nascosto molto bene sotto la Basilica Inferiore: ancora adesso la sua tomba sembra uno scavo nel muro. Può essere che il saio, conservato per seicento anni nella tomba, e ora sotto vetro sia in ottimo stato, ma un po’ di dubbio rimane. Nessun dubbio invece sull’onnipresente rivendita di souvenir e l’immancabile distesa di gadget del Santo, presi d’assalto dai turisti («La Chiesa non si regge con un Ave Maria» diceva il cardinale Marcinkus).

Esco e mi accoglie il temporale, prima alcune gocce, poi pioggia forte; mi infilo in pizzerie al taglio, pasticcerie (care come la rabbia), altre chiese… e pian piano torno all’auto. Appena in tempo perché il diluvio si scateni. Poi riparto in direzione Spoleto. La pioggia smette e il sole torna a sorridere. Poco dopo arrivo e già da lontano, e poi mentre salgo le strade per entrare in centro, il paese mi piace subito; è piccolo ma vivo e attivo. Mentre vado all’albergo sento la voce di una cantante lirica. Vedo la piazza del Duomo, stanno smontando il palco, hanno rinviato il concerto delle Vibrazioni. Esulto! Non li sopporto…
Mi riposo un po’ in camera e mi doccio. Esco, mi perdo per le vie, sento musica jazz, vedo l’insegna del box office del Festival dei Due Mondi (in Bodoni SeventyTwo!); giro e trovo l’Enoteca dell’Osteria, mangio polenta di farro con pecorino e tartufo, filetto di maiale al pepe verde, catalana e grappa. Mi hanno trattato benissimo… Finisco di scrivere e mi riperdo in questa Spoleto che da tanto volevo vedere e che già amo. Prima di rientrare giro per la piazza del Duomo e mi siedo sui gradini. Guardo la vita delle tante persone che mi passano davanti, vedo coppie giovani e adulte, coppie sposate e coppie con figli… vedo, ‘sento’ come vivono… vedo decisioni e indecisioni, amori leggeri e profondi, vite e sentimenti, cose da fare. Mi sento aperto alla vita, vedo.
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