Questa è una di quelle storie che di solito lasciano il grafico, sicuro di aver avuto una buona idea, basito e senza parole. Recentemente due amici mi hanno chiesto di progettare il logo e l’identità visiva della loro agenzia di business travel: KC Travel (thanks Milvia, thanks Mr. Emm).
La prima proposta, quella che poi è stata scelta, si basa sul significato di asterisco e cioè: segno grafico a forma di stella; dal latino tardo asteriscus, che è dal greco asterískos, diminutivo di astér ‘stella’ (come da vecchio vocabolario Garzanti). L’idea poetica della stella, che da secoli è simbolo e guida per i naviganti, tradotta in asterisco tipografico, ben si adatta al tipo di attività. Ed è un piccolo gesto grafico da abbinare al logotipo, composto in un elegante e classico Bauer Bodoni.

La seconda proposta, ancor piú tipografica, è basata sulle possibilità molto disegnate, molto grafiche, che offrono le aste ascendenti e discendenti del carattere Poetica Chancery, del buon Robert Slimbach. Tra queste, la forma della K, molto pronunciata, che ‘accoglie’ in sé la C. Di questa proposta avevo fatto anche una versione molto piú esasperata come disegno delle grazie. Ad ogni modo è stata scartata proprio per la sua forma eccessiva.

E fin qua la storia potrebbe essere conclusa…
Un paio di mesi dopo però, sono bello tranquillo in poltrona a farmi un giro per le strade di Liberty City, ultimo capitolo della serie GTA (chi ha la PS2 sa di cosa parlo, per tutti gli altri un videogioco molto fico), e mi imbatto in una delle finte pubblicità presenti nel gioco… Carramba che sorpresa! Il mio inconscio mi ha fregato!
Poi uno va da un cliente e dice: «Ho avuto un’idea fichissima per il tuo logo!».


Qualche giorno fa è mancata una persona straordinaria, che ho avuto la fortuna di conoscere. Vinicio Vecchi, architetto modenese. Era un uomo d’altri tempi, una di quelle persone caute, chiare, semplici.
Con l’amico Andrea Costa abbiamo avuto il piacere di portare a Ginevra la mostra collegata al suo bellissimo libro sulla Modena Razionalista, e la fortuna di avere con noi Vinicio, per quel breve viaggio. Sono stati 3 giorni indimenticabili… Mi diverte pensare ad alcuni momenti: dal viaggio in macchina, al suo chiaccherare pacato, alla breve visita di Ginevra; ‘breve’ perché da italiani in vacanza avevamo vestiti troppo leggeri, e dopo pochi minuti, dietro consiglio del maestro, abbiamo abbandonato il gruppo per rifugiarci in un bar, a scaldarci con una tazza di caffè. Mi vengono in mente i suoi gesti ampi, la saggezza tutta emiliana di vedere le cose.
Pubblico qui di seguito, con molto piacere, un breve ma intenso testo scritto da Andrea per la scomparsa di Vinicio.
+++++++

Ci sono architetti che non trovano posto nelle storie ufficiali dell’architettura italiana del dopoguerra, perché troppo lontani dai circoli accademici. Questo vale anche per architetti che hanno segnato in profondità l’immagine di una città, come Vinicio Vecchi, scomparso il 12 marzo scorso a Modena all’età di 83 anni, che solo negli ultimi tempi aveva ricevuto qualche attenzione dalla ricerca storica.
Cresciuto in una famiglia di scultori, dopo aver frequentato la scuola d’arte, studia architettura a Roma e a Milano. Tornato a Modena, diventa il piú giovane consigliere comunale per il PCI e collabora con Mario Pucci nella progettazione di numerose opere pubbliche e private che trasformano la città durante la Ricostruzione, come la Stazione delle Autocorriere, la sede delle Aziende Municipalizzate, il Villaggio Artigiano e il primo quartiere INA-Casa. Nello stesso tempo è autore di una serie di opere piú piccole ma non meno significative, come alcune stazioni di rifornimento e interni di negozi, che testimoniano un’interpretazione originale del linguaggio razionalista.

Negli anni successivi si specializza nella progettazione di sale cinematografiche, arrivando a realizzarne oltre cinquanta. Un primato forse unico in Italia, anche per la qualità di queste opere, come il Cinema Olympia a Modena, del 1954. L’esperienza a cui continuava a sentirsi piú legato era la costruzione delle Case del Popolo. Tra queste amava ricordare soprattutto la Casa Rinascita di San Vito di Spilamberto, costruita sulle ceneri di una cooperativa di consumo bruciata dalle squadre fasciste nel 1921. Una vera e propria costruzione collettiva, alla quale un’intera popolazione diede il proprio contributo volontario.

Ancora oggi è possibile vedere questo edificio, perso nella campagna tra la via Emilia e le prime colline: «semplice, elementare, fatto di pochi pannelli che determinano un volume» nel quale è incastonato il prezioso bassorilievo del fratello scultore, Veldo, che rappresenta la Resistenza e il sogno di una nuova società, che non esiste piú.
Andrea Costaavatar dvd

Dopo molti mesi di lavoro è finalmente andato in stampa il catalogo DePadova 2006 di cui ho curato la grafica. La prima copia mi è arrivata tramite un amico via treno… L’ho tenuta nel suo pacchetto per qualche minuto poi con gli occhi un po’ umidi per l’emozione ho aperto e guardato ogni pagina, ogni dettaglio. Ezio Meroni, ormai mitico stampatore della Brianza, ha fatto un ottimo lavoro.
Il grande logo DP scorre dalla copertina alle prime pagine, e dalle ultime di nuovo sulla copertina. Doppie pagine con grandi numeri dividono i capitoli. Altri ingredienti: bellissime foto a tutta pagina, disegni originali coloratissimi, tutti i testi composti nei quattro pesi dello Unit (un bel carattere di Erik Spiekermann), l’abaco stampato su carta speciale Freelife Merida.
Sono contento di aver avuto questa possibilità. Ringrazio chi mi ha dato fiducia…

Come promesso dall’amico/pittore/ora scrittore Andrea Saltini, a compenso del progetto grafico de Se regali un martello ad un bambino… e di altri che verranno, è arrivata in studio Angelika accompagnata dal fedele drago… Occupano una parete intera! Grazie Saltos!
(domenica 12 marzo) È sera. Sono a Milano dal mitico Spontini, il cameriere si ricorda di me: pizza abbondante e coca media. Il campo base è a casa di Ely&Andre, carissimi amici dai tempi dell’università di architettura, che mi accolgono sempre nella city quando ho bisogno (o in occasione delle mitiche tigellate). Sono a Milano per fare il catalogo 2006 di DePadova. Sono contento di essere qua e onorato di avere questa possibilità (grazie Francesca).

(lunedì 13 marzo) Primo giorno alla DePadova, comincio a sperimentare la gabbia ‘svizzera’ che ho abbozzato ieri sera in pizzeria. In orizzontale è divisa in sei parti: 1/6 in alto è dedicato al nome del prodotto/designer, 2/6 in basso dal testo, e la parte centrale dalle foto, disposte in vari modi, che ‘raccontano’ il progetto o le idee che l’hanno ispirato, accompagnate a volte da disegni e dettagli. La pagina destra invece è usata per l’ambientazione o per foto di piú ampio respiro. Ma la regola non è fissa, cerchiamo di essere liberi e aperti a soluzioni che possono incuriosire, divertire… ci lasciamo ispirare noi stessi dal nome o dall’origine del progetto. Sono col mio portatile, su un grande tavolo bianco (il Tools), seduto su una bella poltroncina con le rotelle (la Pollack). Comincio dai capitoli delle librerie, dei divani e delle poltrone.
Mi sento molto ben accolto, mi piace l’ambiente, la luce, le persone che passano e quelle che qui lavorano. La signora DePadova mi offre un caffè, si siede al mio fianco e controlla il lavoro, è contenta. Ha una carica incredibile ed ancora una grande energia. Sembra una nonna giramondo. Sono contento di averla vista e conosciuta. Alla sera cena con Ely&Andre e Laura, una bella tavola imbandita, i tortelloni che ho portato sono stati apprezzati. Belle persone.
(martedì 14 marzo) Secondo giorno alla DP. Sto impaginando ad un buon ritmo, oggi mi dedico al capitolo dei tavoli e delle sedie; la Francesca (visual designer di DePadova con cui sto progettando il catalogo) è presa dal libro dei 50 anni, ha lavorato fino a mezzanotte. Mi dà altro materiale e vado avanti. Nel pomeriggio vivo un bellissimo momento: al grande tavolo su cui sto lavorando arrivano tre persone a parlare di contratti, sulla sinistra due uffici dove parlano tra loro, davanti a me, al suo tavolo, la signora DP parla al telefono con i suoi rivenditori in Emilia (!) e con un suo collaboratore, piú in là dei clienti sono seduti ad un tavolino e parlano di eventuali acquisti. Tanta gente è sparsa in tutto lo show room al primo piano, ognuno ha un suo spazio… mi tolgo le cuffie perché sento che sta succedendo qualcosa da ascoltare. Mi fermo e per un attimo vivo questo momento. È bellissimo… Tante persone, anime diverse, che il destino o il caso hanno portato davanti ai miei occhi, qua, ora.

(mercoledì 15 marzo) Terzo giorno. Ancora un bel sole fuori. Oggi lavoro ad altri capitoli del catalogo: i complementi e l’abaco. Sta venendo un bel lavoro, sono contento. C’è ancora molto da fare, da correggere, da migliorare, ma sono sicuro del buon risultato finale. C’è stato un bel momento oggi, quando ho regalato due dei miei segnalibri alla signora DP, li ha apprezzati molto, li ha guardati e ha detto: «Li facciamo col marchio DePadova sopra!». Io ero alle stelle! Sarei lusingato! Pranzo con un paio di panzerotti del mitico Luini, mi mancavano. Un giro veloce alla Hoepli. Prendo 3 libri, tra cui Fame di Knut Hamsun, opera preferita da molti autori come Agota Kristof, John Fante, John Steinbeck. Poi torno al lavoro. Serata con amici, aperitivo e pasta integrale coi broccoletti.
(giovedì 16 marzo) Quarto giorno milanese. Mi piace essere tornato per un po’ nella città dove ho studiato per tanti anni. Oggi lavoro ancora all’abaco, la parte finale del catalogo, dedicata alle misure e alle descrizioni dei prodotti. Cerco soluzioni leggere, sottili, ma ben leggibili e comode da consultare, e le prime prove mi soddisfano molto. Pranzo al bar di fronte col già mitico Salvatore: un piatto di verdure cotte con aggiunta di tonno. Alle 18 esco e volo all’Istituto Europeo del Design, c’è Gerard Unger, type designer olandese. Magro, capelli ricci grigi, fronte alta… tipico dutch! E come tutti i dutch (olandesi) è pratico e pragmatico. Comincia a parlare di quanto sia piatta la sua terra e finisce dicendo che vuole disegnare un carattere che faccia risparmiare carta. Parla dei suoi font, dello Swift (ispirato dal volo dei rondoni), del Gulliver (molto leggibile anche a 8.5 punti), del Capitolium (progettato per il Giubileo).
Sono tutti caratteri molto belli, ben disegnati, versatili, caratterizzati da occhielli ampi e da un’ottima leggibilità anche in condizioni un po’ estreme come la stampa dei quotidiani (molti suoi font sono nati con questo scopo, e molti newspaper del mondo li usano). Le lettere sono ‘tagliate’ con uno stile che riconosco subito come olandese. Alla fine dell’incontro gli chiedo cosa ne pensa degli e-book: lui sta progettando un carattere per un e-paper che dovrebbe uscire l’anno prossimo in Olanda. Mi risponde che sono un’idea ancora molto lontana dal divenire d’uso quotidiano. Finita la lezione esco e mi sento con Alex, altro amico dell’università e compagno nell’avventura Erasmus a Delft (ancora Olanda!) nel ’95-96. Ci vediamo da Spontini, davanti alla pizza comincia il revival di ricordi, che continua dopo un’ora nel pub a fianco… ad ogni sorso di rum riaffiorano situazioni e persone incontrate durante quel mitico anno.

(venerdì 17 marzo) È l’ultimo giorno di questa intensa settimana. Con Francesca facciamo il punto della situazione sul catalogo, cerchiamo di trovare idee divertenti, diverse per ogni pagina, per ogni prodotto. Alle 13.40 pranzo con la Paola, era tanto tempo che non la vedevo, ed è stato molto piacevole. Abbiamo parlato delle nostre realtà e scoperto molti punti in comune. È stato bello vederla. Pomeriggio ancora sul catalogo, con altre scansioni, scelte di carta e organizzazione dei tempi. Sera al cinema coi miei padroni di casa: V for Vendetta.
(sabato 18 marzo) Sono sul treno per Modena, mi sembra di rientrare da una vacanza. È stata la mia prima settimana di lavoro a Milano, prima non da studente. È stato istruttivo, ‘pieno’, riposante nonostante tutto (senza il telefono del mio studio…). Ho vissuto ogni momento, ogni incontro, ogni scelta. Lavorare per un po’ in un altra realtà apre i sensi, fa crescere…

Anche se non l’ho conosciuto personalmente, ho avuto la fortuna di farlo tramite i suoi oggetti, come la lampada Eclisse, che è stata la prima lampada ad illuminare le mie letture notturne, e i suoi disegni, cosí colorati e ricchi di anima, che accompagnavano i progetti per la Collezione DePadova.
Non so se prenderlo come un segno, ma ieri, quando è morto l’architetto Vico Magistretti, è crollato il fienile davanti a casa mia… era il mio paesaggio da 35 anni.

Ancora un gioiello dal duo Saltini-Bunker… Sono tornato dalle ferie e in una settimana giorno e notte, impaginare, leggere, correggere… Alcuni testi che mancavano, le foto «arrivano domani… arrivano lunedí»… In poco tempo, dormendo poco ed entrando nell’incredibile trip del maestro Saltini… Ma alla fine, dopo tante fatiche, un altro capolavoro!
Va bene, basta auto-complimenti… ma il libro merita moltissimo. Molto belli i testi (forse anche meglio di Amante Calante, piú ricco, piú complesso), il formato grande, 17×24 cm, l’impaginazione ariosa, tre registri narrativi, cambi di stile e di carattere tipografico. Curato in ogni dettaglio, dalle note al curriculum dell’autore, dalle didascalie delle opere al colophon, all’ultima pagina! È stato stampato su una bellissima carta svedese, la Print prodotta dalla Munken, nella versione Cream per la parte dedicata al racconto-saggio-romanzo, e in quella White per la parte dei testi critici (a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei) e delle opere. Fremo nell’attesa di ricevere le scatole dalla legatoria…

Il libro è nato assieme ad una mostra, che inaugurerà durante il festival filosofia 2006, con vernissage venerdì 15 settembre 2006 alle ore 17.30. Accorrete per avere una copia firmata dall’autore (o se preferite dal grafico…).

Mi sono divertito a fare quest’invito. Il Bickham Script ha fornito gli elementi ornamentali. Ingranditi, incastrati, ruotati… si muovono come fosse aria. Il classico Bodoni, un po’ compresso e con poco spazio tra le lettere, compone il titolo di questa mostra collettiva, alla quale partecipa l’amico Andrea Saltini, assieme a Lino Budano, Gabriella Goffi e Silvia Manazza. Il catalogo esprime l’idea base della mostra: allestita nei Sotterranei del Palazzo Pallavicino, spazi bui, istallazioni sparse, desiderio di luce/aria. La copertina bianca, leggera, fa da contrasto all’interno scuro, dove le foto delle opere sono una sull’altra, incastrate, senza una precisa suddivisione degli spazi. Altri ’svolazzi tipografici’ si addentrano tra le mura, si insidiano tra gli anfratti, trascinano e portano verso l’alto, il fuori, verso l’aria.

Ancora di piú mi sono divertito a progettare il libro di Andrea: Amante Calante, da cui proviene la frase che dà il titolo alla mostra. L’interno è tutto in Miller, la copertina nel versatile Mantinia entrambi del grandissimo Matthew Carter. Il set del Mantinia permettere di creare lettere composte, come la T e la E, lettere alte e basse, legature inusuali, come la L e la A (il maestro Carter l’ha pensato proprio da accostare al Miller). Lo vorrei spedire ad un concorso, è un bel progetto.
Per chi vuole vedere la mostra o assistere alla presentazione del libro, l’appuntamento è per venerdí 9 giugno 2006 alle ore 21, presso la Galleria Alphacentauri di Parma / Sotterranei di Palazzo Pallavicino, in Borgo Giacomo Tommasini 37. Alle ore 22 performance di Andrea Saltini&Gruppo Kobaiashy.
Come Join Us!

Ho letto in questi giorni un bellissimo libro su Jost Hochuli, grafico svizzero contemporaneo, di altissima levatura. Il titolo è Jost Hochuli: Printed Matter, mainly books; l’avevo comprato due anni fa ed era rimasto sulla mia scrivania per troppo tempo. Di lui avevo letto anche Designing Books, pubblicato dalla Hyphen Press di Robin Kinross, illuminato tipografo ed editore inglese. Sono due libri fondamentali che consiglio a chiunque voglia fare il grafico e condivida la passione per la tipografia, la forma dei caratteri, la composizione, il progetto del libro.
Jost Hochuli è nato nel 1933 a St.Gallen, vicino a Zurigo. Appena ventenne ha imparato le basi del mestiere ‘a bottega’, presso Rudolf Hostettler; a 25 anni ha frequentato la Ecole Etienne a Parigi, seguendo i corsi di Adrian Frutiger. Ha aperto un suo studio, è diventato socio di una casa editrice e ha insegnato per molti anni alla scuola grafica di Zurigo, interrompendo sei mesi il corso per studiare in Inghilterra; non si smette mai di imparare…
La sua grande qualità è quella di calarsi nel progetto e farsi guidare. Non crearsi dei limiti, delle barriere. Ha una profonda attenzione al dettaglio tipografico, all’uso di pochi caratteri, massimo due, spesso uno solo; ben combinati e bilanciati tra loro: un bold sans-serif (grassetto senza grazie) le cui maiuscole sono nella stessa dimensione del carattere usato del testo; un Futura Bold per i titoli assieme ad un Bembo Italic per il testo. Ma anche caratteri della stessa ‘famiglia’: il Joanna e il Gill Sans, entrambi di Eric Gill. Unisce caratteri per affinità di stile o per totale contrasto: Baskerville con Univers, Centaur e Futura. La composizione non è mai banale, la scelta della carta è sempre verso toni caldi avorio, i colori della sovracopertina giocano coi colori dell’interno copertina e del frontespizio, il ‘grigio’ del testo bilancia la presenza di fotografie; molta attenzione a tutti quegli elementi di contorno che spesso non vengono curati, come la posizione del numero di pagina, l’indice, le didascalie e le note; aggiunge pochi elementi grafici che creano equilibri sottili ma fortissimi.
Ogni suo progetto meriterebbe un’analisi approfondita. Sul web si trova poco, l’unico modo per conoscerlo sono i libri che ha disegnato (bisognerebbe fare un viaggio in Svizzera e comprare tutto!), un articolo che ha scritto per Casabella, pubblicato sul numero 679, e i due libri che ho segnalato: entrambi si trovano senza grossi problemi presso Amazon.

Carter è sicuramente il piú grande disegnatore di caratteri contemporaneo. È figlio d’arte: suo padre, Harry Carter, è un famoso storico della tipografia, autore tra l’altro del bel saggio A View on Early Tipography, pubblicato dalla piú volte citata Hyphen Press di Robin Kinross. Matthew Carter si è formato come disegnatore di caratteri in piombo, e nel passaggio al digitale ha saputo portare tutta la sua grande esperienza. Lo dimostra anche il fatto che dei 3 caratteri di base usati sul web, ben 2 sono suoi. Il bellissimo Georgia, il graziato con cui è composto anche questo testo; e il Verdana, un ‘bastoni’ molto ben visibile anche a piccole dimensioni. [Apro una piccola parentesi sul Verdana: spesso lo vedo usato impropriamente anche su carta, dove su dimensioni superiori al 12 punti dimostra tutti i suoi difetti; o meglio, essendo stato disegnato con degli accorgimenti per essere letto piccolo, ingrandito diventa grossolano, poco elegante].

Carter ha disegnato anche altri caratteri, tra i quali molti che usiamo quotidianamente: come lo Snell Roundhand, un calligrafico usatissimo in situazioni da ‘firma’ elegante, di prestigio (ma lo si vede spesso anche per insegne o le classiche partecipazioni di nozze…); e l’Helvetica Compressed, usato molto in pubblicità, mi capita spesso di vederlo abbinato alla comunicazione sociale: è un bastoni molto forte, nero, spesso, che trasmette impatto, d’effetto. Per la compagnia telefonica americana ha disegnato il Bell Centennial, basato su un’intuizione geniale: essendo i testi composti molto piccoli per esigenze di spazio e su una carta dalla qualità molto bassa, stampata a velocità elevata, per evitare che l’inchiostro ‘uscisse’ dalla lettera a macchiare la carta, ha disegnato delle ink traps, dei piccoli incavi in alcuni punti delle lettere (come le aste verticali della N, vedi foto sopra), dove l’inchiostro veniva ‘catturato’. Un genio!

Da un po’ di tempo mi sono affezionato al Miller, un carattere graziato moderno, ispirato allo Scotch Roman. È molto ben costruito, le grazie sono presenti ma non invasive, le lettere sono equilibratissime tra loro, e ha i 4 pesi minimi necessari per comporre un testo: Roman, Italic, Bold, Small Caps. Inoltre è disegnato in 2 versioni, per utilizzi sotto e sopra i 18 punti di dimensione. Il Miller Display si usa per i titoli, ha i tratti un po’ piú sottili perché usato grande non sia invadente; il Miller Text invece è leggermente piú ingrossato perché si legga bene come testo. Il Miller è un moderno esempio di carattere perfettamente integrato con gli attuali sistemi di stampa. Mi spiego meglio… molti caratteri storici, come il Garamond, il Bodoni, il Baskerville, anche se sono stati digitalizzati negli anni ‘80, erano pensati e disegnati per la stampa tipografica in piombo, dove il carattere aveva un suo ‘peso’ anche sulla carta, ‘entrava’ nella carta, fisicamente. Col cambio di sistema, da piombo a offset, l’incisione sulla carta è cambiata (una lastra di alluminio non ‘pesa’) e la versione digitale di un vecchio font può risultare un po’ debole, poco incisiva, sottile. Un bravo type designer nel momento in cui progetta un nuovo carattere, come Carter col Miller, tiene conto di tutto questo.
Per chi vuole approfondire l’opera di Carter, l’anno scorso è uscito un ottimo libro/catalogo della mostra: Typographically Speaking: The Art of Matthew Carter.