(12 agosto) Spoleto è fichissima! Questa è stata la mia prima impressione appena arrivato. Ma partiamo dal mattino. Sveglia alle 8, col fresco della valle che entra dalla finestra. Ho dormito benissimo, lenzuola fresche e silenzio assoluto. L’ex abbazia meriterebbe qualche giorno in piú, ma il tipo che la gestisce è veramente un attaccapezza infinito. Mi prepara la ‘colazione’, caffè latte e tre fette biscottate con burro e marmellata. Mi parla di un suo amico di Modena che fa il pittore, dell’amore libero degli anni ‘70 e di gite ‘spirituali’ nei boschi (mah!). Temo sia impazzito come Jack Nicholson all’Overlook Hotel… Ci sono altre persone che arrivano e vanno, riesco a trascinarlo al banco per pagare e me la filo. Compro anche quattro segnalibri fatti dai ragazzi di una cooperativa.

Parto, cielo abbastanza sereno e strade di mezza collina solitarie. Dopo un’ora arrivo ad Assisi. Pervaso dalla spiritualità che mi ha lasciato l’ex abbazia vado prima all’Eremo delle Carceri, il ritiro di San Francesco per pregare. Non c’è molta gente, la maggior parte va ad Assisi. Un breve sentiero a piedi e arrivo all’Eremo:un po’ nascosto, molto raccolto, alcuni francescani vivono ancora qua. Da una piccola terrazza si entra per una porta e sembra di accedere a stanze segrete, intime. Quattro, cinque piccole stanze di raccoglimento, o così sembra, che scendono, collegate tra loro da strette scale e ancor piú stretti passaggi. Alla fine si esce su una rampa che porta al leccio dove erano soliti posarsi gli uccelli per ascoltare le parole del Santo; è ancora vivo ma si apre in varie parti, alcuni tronchi sono ridotti a rami sottili, ed è retto da sostegni in ferro; sembra che faccia di tutto per rimanere vivo… C’è anche una scultura di Francesco sdraiato a terra con le braccia dietro la testa e i piedi incrociati, guarda in alto; gli manca un filo d’erba in bocca e sembra la posa di Tom Sawyer!

Torno all’auto e scendo verso Assisi. Parcheggio, mangio un boccone (in tutti i sensi, è una focaccia enorme…) e vado verso la Basilica. Il cielo è coperto di nuvole che si stanno addensando. C’è molta gente, sembra un po’ una di quelle situazioni tipo Lourdes: a dire il vero lo temevo, anche se una volta dentro è difficile dare giudizi, io poi sono il meno indicato… Ci sono moltissimi stranieri, tanti inglesi e americani, tanti giovani, gruppi di amici, ma anche famiglie. La facciata della Basilica è molto semplice e pulita, il bello è dentro. Temo per il terremoto del ‘97, stamattina passando per Nocera Umbra avevo visto ancora molte baracche, invece mi sembra che il danno non sia stato così grave, o forse il grosso è già stato recuperato: due ali della navata centrale, parte del Cimabue, parte del cielo stellato, una sottile striscia della volta sopra il rosone all’ingresso… sembra semplice da ricomporre (la faccio facile io!). Mentre guardo gli splendidi affreschi di Giotto, Martini e Cimabue, noto due situazioni surreali: nei chioschetti di informazione i frati sono tutti cinesi… e all’ingresso un vigilante continua a ripetere in un microfono «Silenzio» e «Sttt!»… geniale!
Proseguo la visita, seguo il fiume di gente. Entro nella cappella delle reliquie: c’è una pergamena scritta dal Santo, con le regole dell’ordine; frammenti della corda con cui si legava la tunica e la tunica stessa, fatta di vari pezzi di stoffa cuciti assieme, diversi ma tutti di toni scuri/grigi. Le cuciture, così bianche da sembrare nuove, e la qualità dei alcune stoffe, mi fanno dubitare dell’originalità del saio; ma leggo che il corpo di San Francesco venne trovato solo nel 1888, poiché i suoi fedeli lo avevano nascosto molto bene sotto la Basilica Inferiore: ancora adesso la sua tomba sembra uno scavo nel muro. Può essere che il saio, conservato per seicento anni nella tomba, e ora sotto vetro sia in ottimo stato, ma un po’ di dubbio rimane. Nessun dubbio invece sull’onnipresente rivendita di souvenir e l’immancabile distesa di gadget del Santo, presi d’assalto dai turisti («La Chiesa non si regge con un Ave Maria» diceva il cardinale Marcinkus).

Esco e mi accoglie il temporale, prima alcune gocce, poi pioggia forte; mi infilo in pizzerie al taglio, pasticcerie (care come la rabbia), altre chiese… e pian piano torno all’auto. Appena in tempo perché il diluvio si scateni. Poi riparto in direzione Spoleto. La pioggia smette e il sole torna a sorridere. Poco dopo arrivo e già da lontano, e poi mentre salgo le strade per entrare in centro, il paese mi piace subito; è piccolo ma vivo e attivo. Mentre vado all’albergo sento la voce di una cantante lirica. Vedo la piazza del Duomo, stanno smontando il palco, hanno rinviato il concerto delle Vibrazioni. Esulto! Non li sopporto…
Mi riposo un po’ in camera e mi doccio. Esco, mi perdo per le vie, sento musica jazz, vedo l’insegna del box office del Festival dei Due Mondi (in Bodoni SeventyTwo!); giro e trovo l’Enoteca dell’Osteria, mangio polenta di farro con pecorino e tartufo, filetto di maiale al pepe verde, catalana e grappa. Mi hanno trattato benissimo… Finisco di scrivere e mi riperdo in questa Spoleto che da tanto volevo vedere e che già amo. Prima di rientrare giro per la piazza del Duomo e mi siedo sui gradini. Guardo la vita delle tante persone che mi passano davanti, vedo coppie giovani e adulte, coppie sposate e coppie con figli… vedo, ‘sento’ come vivono… vedo decisioni e indecisioni, amori leggeri e profondi, vite e sentimenti, cose da fare. Mi sento aperto alla vita, vedo.
(15 agosto) Mi sveglio presto, mi alzo e sento trafficare in cucina… bello, come essere a casa! Ti svegli e qualcuno sta preparando la colazione. Esco dalla stanza e trovo la padrona di casa, mi ha preparato caffè, latte, tè, fette biscottate; e poi marmellata di prugne, alcune fette di torta di pinoli e un pezzo di Pane di Mezzestate, un dolce tipico della zona, tutto fatto in casa. Mi dice che di solito si mangia coi salumi, ma non mi sento di cominciare la mattina con prosciutto e salame. Consumo quest’ottima colazione e scatto alcune foto alla campagna intorno. Saldo il conto e saluto, non prima di regalare alla padrona di casa una copia di Ortodivino, il libro di un bellissimo progetto sul verde della Provincia di Modena, che ho seguito per un anno.
Torno per una visita veloce in paese, compro una mini guida al territorio, saluto questo ambiente così accogliente e affascinante e parto in direzione di Saturnia; ho già il costume sotto, mi immagino le terme con acqua a 37°… ignorando che oggi è il giorno di ferragosto. Salgo e scendo per colline morbide e dopo mezz’ora mi appare la vallata di Saturnia. Dall’alto intravedo l’inferno, ma ancora incredulo mi avvicino… alcune terme, a pagamento, hanno ingressi da tenuta riservata, con body guard armata all’ingresso, e una strada che scompare tra le colline. Ancora poco e arrivo all’ultimo girone… dove neanche Dante ha avuto il coraggio di accedere.
Ma a questo punto sono curioso e decido di vedere da vicino. Posteggio e a passo spedito mi avvicino all’unica buca delle terme accessibile a tutti. Lungo la strada, continuamente percorsa da auto, camper, moto, passo sopra un canale coperto dai canneti; noto dei vestiti buttati a terra, penso «che incivili», e invece… scorgo un uomo infilato di traverso, dentro il canale, sotto la strada! Il classico angolo dove in altre situazioni si vede un rivolo di acqua sporca… invece il tipo si gode l’acqua sulfurea, sotto il passaggio delle auto! Comunque vado avanti e arrivo alla bolgia. Nella ‘fossa’ centinaia di esseri umani tutti accalcati, uno a fianco/sopra/davanti all’altro. Qualcuno si è organizzato con ombrellone e sdraia incastrati tra le rocce, alcuni venditori ambulanti propongono t-shirt, costumi e ogni genere di collanine in plastica; c’è chi litiga per il parcheggio e chi è già seduto all’immancabile bar/ristorante improvvisato. Bimbi che corrono e si tuffano vicino a coppie appena adolescenti che si abbracciano cercando invano un po’ d’intimità… Sarò critico ma mi sembra l’Inferno.

Vabbè, volevo vedere, ho visto, riparto. Direzione mare. A pochi chilometri dalla costa vedo l’insegna di Capalbio, e mi incuriosisco, sulla mia guida è segnato come borgo medioevale. Arrivo, parcheggio ed entro a piedi. Il borgo è piccolissimo, ma molto affascinante e ben conservato; mi aggiro per i vicoli, ogni tanto si intravede il paesaggio circostante da aperture e scorci. Trovo una panca, e ascolto il paesaggio sonoro, fatto di aria che si infila per i vicoli, passi, e da voci che arrivano dalle finestre, di persone attorno al tavolo da pranzo… tant’è che a quello sonoro si somma il paesaggio olfattivo! L’odore di verdure fritte mi distoglie dalla poesia leggera fatta di suoni, voci, dialetti, aria, vento, vestiti appesi ad asciugare.
Faccio molte foto, visito la piccola chiesa con alcuni affreschi del ‘300, prendo opuscoli all’ufficio di promozione turistica, vedo un bel libro di fotografie in bianco e nero stampate su carta patinata, accompagnate da testi stampati su carta grezza, scura, un po’ grossa. Il progetto grafico è piacevole, ma il tema, la caccia al cinghiale tipica della zona, e il carattere scelto, il Geneva, mi fanno desistere. Beh, fosse stato un altro tema, tipo il paesaggio di Capalbio, avrei accettato anche il font web usato impropriamente, ma le foto di cinghiali morti e di cacciatori, per quanto tradizione, proprio non le sopporto.
Entro in un negozio di prodotti tipici, ho fame lo sento, e compro di ogni… dal liquore, ai cantucci, all’olio, alla marmellata, al miele. Scendo verso l’auto e mi fermo in una focacceria, lardo e pecorino, poi riparto e arrivo al mare.

Ansedonia, il lago di Burano, riserva del Wwf. Terra pulita, vegetazione grezza, locale, della maremma. Il mare è mosso, la spiaggia quasi inesistente, grandi nuvole bianche in cielo. Poi riparto con l’intenzione di fermarmi all’Argentario. Passo un promontorio di piccole case esclusive, attraverso la laguna di Orbetello e arrivo a Porto Ercole; mentre mi aggiro per camping super affollati e paesi presi d’assalto, arrivo alla conclusione che preferisco le città d’arte e i piccoli paesi. Ho passato otto giorni in mezzo all’arte piú o meno conosciuta, sicuramente poco frequentata. Insomma sono passato da realtà piú raccolte al caos di ferragosto. Sono le 16 e decido di risalire verso casa. La strada è tanta, ma c’è ancora molto al calare del sole e ho voglia di viaggiare.
Prendo l’SS1, l’Aurelia, tracciata dai romani e ancora valida. Passo Grosseto, Follonica, Cecina; vicino a Livorno la strada costeggia scogliere basse, scatto altre foto, la luce è troppo bella e chiama… Poi verso Pisa passo a fianco alla base militare della Nato e ho un po’ di soggezione. Poi Viareggio, Forte dei Marmi, Cinquale… casa! Sono le 19, quando sono partito dall’Argentario mi sono detto «Ma sì dai, torniamo a casa, ho fatto un bel viaggio, sono soddisfatto… faccio una sorpresa, saranno tutti a preparare la cena, arrivo, sono tutti felici e ceniamo assieme». E invece… arrivo e non c’è nessuno! Solo la Bianca, il mio cagnone, che mi vede e fa festa. Gli altri sono tutti in montagna. Niente cena, pazienza!
Sono contento, ho fatto un bel viaggio, era una piccola sfida con me stesso. Ho visto luoghi, paesaggi, colori, opere meravigliose e opere semplici. È stato tutto perfetto e ben calibrato, ho dormito in hotel, ostelli e agriturismo, tutti accoglienti, economici e puliti. Ho visto cambiare paesaggio molte volte; colline morbide, colline arate, girasoli, terra secca; monti, roccia, abeti e boschi a perdita d’occhio; laghi, cascate e il mare. Ho vissuto giorni intensi, sveglia alle otto e a nanna presto. Ho sentito il forte richiamo spirituale di Assisi, la vivacità di Spoleto, di Pitigliano, il silenzio e la quiete di Todi e di una ex abbazia sperduta tra le colline di Fabriano; la familiarità di Orvieto, di Cortona; il fascino secolare e la ricchezza culturale di Urbino.

Chiudo le note di questo viaggio breve con la mia frase preferita, del giovane Kerouac: «La mia mente sta dove cantano gli alberi, in un ilare vento».

È online il sito del nuovo studio di design & comunicazione che ho aperto con gli amici e web designer Frederic Argazzi e Antonio Cavedoni. Progettato da Antonio, con l’aereo in partenza per il Giappone che già rollava sulla pista, aggiornato in poco tempo da Frederic e da me (ho pubblicato un’anteprima del libro Racconti Partigiani), per la smania di cominciare a riempirlo. Il Bunker è aperto, se volete visitarlo l’indirizzo è www.bnkr.it. Grandi cose ci attendono…

Carrara è uno di quei posti dove ancora molte insegne dei negozi sono fatte a mano. Questa è davanti alla pizzeria dove mi sono fermato qualche minuto. È divertente immaginare come è stata realizzata… le scelte fatte man mano che le lettere venivano composte. Quando sono arrivati alla R di Renzo… si sono accorti che lo spazio era piú piccolo? Qualcuno ha sbagliato i calcoli? Le minuscole di articoli da regalo poi, sono una chicca… due su tutte: la d, che sembra una a con la grazia tirata su, e la g, ruotata sul suo asse verticale. David Carson ci farebbe un libro.

Mi sono divertito a fare quest’invito. Il Bickham Script ha fornito gli elementi ornamentali. Ingranditi, incastrati, ruotati… si muovono come fosse aria. Il classico Bodoni, un po’ compresso e con poco spazio tra le lettere, compone il titolo di questa mostra collettiva, alla quale partecipa l’amico Andrea Saltini, assieme a Lino Budano, Gabriella Goffi e Silvia Manazza. Il catalogo esprime l’idea base della mostra: allestita nei Sotterranei del Palazzo Pallavicino, spazi bui, istallazioni sparse, desiderio di luce/aria. La copertina bianca, leggera, fa da contrasto all’interno scuro, dove le foto delle opere sono una sull’altra, incastrate, senza una precisa suddivisione degli spazi. Altri ‘svolazzi tipografici’ si addentrano tra le mura, si insidiano tra gli anfratti, trascinano e portano verso l’alto, il fuori, verso l’aria.

Ancora di piú mi sono divertito a progettare il libro di Andrea: Amante Calante, da cui proviene la frase che dà il titolo alla mostra. L’interno è tutto in Miller, la copertina nel versatile Mantinia entrambi del grandissimo Matthew Carter. Il set del Mantinia permettere di creare lettere composte, come la T e la E, lettere alte e basse, legature inusuali, come la L e la A (il maestro Carter l’ha pensato proprio da accostare al Miller). Lo vorrei spedire ad un concorso, è un bel progetto.
Per chi vuole vedere la mostra o assistere alla presentazione del libro, l’appuntamento è per venerdí 9 giugno 2006 alle ore 21, presso la Galleria Alphacentauri di Parma / Sotterranei di Palazzo Pallavicino, in Borgo Giacomo Tommasini 37. Alle ore 22 performance di Andrea Saltini&Gruppo Kobaiashy.
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(14 agosto) Mi sveglio verso le 7/8, giro un’oretta per Orvieto, rivedo i luoghi del corso, mi accorgo che l’ultima volta è stato nel 2000, ben 5 anni fa! Rivedo il Palazzo dei Sette, il bar Montanucci, la piazza dove Anna (Bakja) aveva cantato, i vicoli verso la piazza del castello, piazza del popolo, la bottega del falegname che ci aveva prestato del materiale per lo spettacolo, il Duomo, maestoso e imponente, al tramonto brilla di luce propria, la piazza con le case dalle finestre tutte diverse e disallineate, dove feci un mitico collage stile polaroid (ora a casa Gozzi-Garilli, a Verona). Poi il parco verso la collina, dove abbiamo ‘cantato gli alberi’, ora è pieno d’erba ben tagliata, allora era terra secca. Cerco anche quel mitico calzolaio che riparò i miei sandali in cambio di una foto a lui e a tutti i suoi amici, arzilli ottantenni; qualcuno disse: «Così man mano che qualcuno muore gli facciamo una croce sopra…» (Argh! Alla faccia del cinismo). Ricordo che l’anno dopo ripassai e attraverso il vetro della porta vidi che il ritratto-trittico polaroid era stato incorniciato e appeso in un angolo, ancora integro e senza croci… Ma oggi i vetri della porta erano sbarrati, me ne sono andato un po’ malinconico.

Alle 11.30 riparto in direzione Tirreno e per la prima volta vedo Orvieto da una nuova prospettiva: dalle colline che portano al lago di Bolsena si vede benissimo l’enorme blocco di tufo sul quale è arroccato il paese… è incantevole. Il cielo blu e il sole aiutano lo scatto. In direzione Bolsena vedo colline ben arate, col grano tagliato e alberi sparsi; è una piccola fetta di Lazio, tra l’Umbria e il ritorno in Toscana. Dall’alto vedo il lago, scendo e tutto mi sembra ben organizzato, pulito, niente assalti di turisti (è il week end di ferragosto), tanti piccoli camping ben curati; un’occhiata rapida al lago e riparto. Volevo andare a Saturnia, alle terme, ma sulla strada mi appare Pitigliano… mi innamoro subito e decido di restare, parcheggio e cammino per il paese.

È stretto su una lingua di roccia e tufo, due vicoli che lo attraversano si riuniscono in un belvedere che dà sulle colline vicine; vedo il quartiere ebraico (esisteva un forte comunità fino a qualche anno fa), luci e colori sulle case, sedie sparse, di anziani abitanti che la sera escono e chiacchierano. È un piccolo paradiso. Mi voglio fermare. Ma ci sono solo 2 hotel e sono tutti prenotati. Ci sono tanti affittacamere, ma non ho voglia di mettermi a chiamare tutti. Esco dal paese e subito trovo un agriturismo che ha aperto da poco ed è libero. In questo breve tragitto di un chilometro scatto decine di foto al lato sud di Pitigliano, sembra una roccaforte degna del mondo di Tolkien. Passo un colle, mi infilo per una strada sterrata e arrivo all’agriturismo Fratenuti, ambiente familiare, credo di essere l’unico e forse primo ospite. Mi sistemo in una parte della casa, arredata in stile locale, molto casereccio. Apro la finestra, entra aria fresca, un po’ leggo, poi mi addormento. Sento i suoni della campagna, sto bene.

Alle sette di sera mi doccio e torno in paese, voglio mangiare un piatto di pasta in un’osteria che ho notato nel pomeriggio. Giro per i vicoli mentre scende il sole, leggo un piccolo libro di Agota Kristof, straordinaria, scrivo il resoconto del giorno mentre aspetto un bel piatto caldo di pasta. Sono all’Osteria dell’Acqua Ardente: è piccola, accogliente, i gestori sono cordialissimi. Ho aspettato fuori il mio turno, ogni tanto una persona usciva e mi avvisava entro quanto tempo si sarebbe liberato il tavolo. Mi hanno servito con cura e parsimonia, piatti semplici ma ben fatti: pasta al ragú, affettato e pecorino, un dolce locale (si sono premurati di darmi il pezzo piú grande!) e caffè alla grappa… Mi hanno anche offerto un liquore ‘etrusco’ fatto con erbe locali. Tutto questo mentre leggevo il libro della Kristof, nuova autrice entrata subito tra i preferiti. Poi esco e il paese è vivissimo, tanta gente per i vicoli, tante famiglie, ad ogni angolo piccoli gruppi di 2/4 elementi che suonano dal pop al reggae al jazz. C’è chi balla, chi ascolta, chi passeggia. È un paese piccolo ma molto, molto vivo. È emozionante e coinvolgente, è il tipico sapore dell’estate italiana.

Sono cresciuto a cavallo degli anni ‘70 e ‘80, di tutti gli scandali che ci sono stati, gli omicidi di mafia, gli intrecci tra politica, affari e il Vaticano, di quel periodo molto difficile per l’Italia (non che ora sia meglio), ho sempre avuto un ricordo vago, di riflesso. Da qualche anno molte case editrici, anche piccole, stanno creando delle collane dedicate a molti misteri legati a quegli anni. Forse il primo a riportare d’attualità il tema è stato Carlo Lucarelli, con la trasmissione Mistero in Blu e Blu Notte prima, e con i due volumi sui Misteri d’Italia poi. Da lui è partita la mia curiosità di conoscere un po’ meglio la nostra storia recente.
Da Michele Sindona alla mafia, da Enrico Mattei al processo Andreotti, dal sequestro Moro all’omicidio di Mino Pecorelli (non so se esista oggi un giornalista che abbia la follia di scrivere le cose che scriveva lui, girando per la rete si trova qualcosa di suo, leggetelo e non lo crederete possibile…). Leggendo anche solo pochi libri sull’argomento si rimane allibiti… mi perdonerà chi è piú grande di me, ma pensare che abbiamo subíto anche un tentativo di colpo di stato, il golpe Borghese, ha del surreale, dell’incredibile… colpo di stato fallito all’ultimo minuto tra l’altro, non solo ‘pensato’, come riferisce Camillo Arcuri nel libro Colpo di Stato. Per non parlare delle logge massoniche, e di chi ne faceva parte per ottenere privilegi di ogni genere; gruppi di poteri forti in grado di coinvolgere alte cariche dello Stato, e di avere rapporti di favore coi Servizi segreti di altri stati.
Di recente ho letto un bellissimo libro di Ferruccio Pinotti, Poteri Forti, edito da Rizzoli nella bellissima collana futuropassato. È l’attenta ricostruzione del crack Ambrosiano, della morte del suo direttore Roberto Calvi, e dei rapporti poco puliti tra lui ed esponenti del Vaticano, come il cardinale Marcinkus, scomparso proprio un paio di mesi fa. Lascia increduli leggere la complessità di intrecci tra politici, banchieri, faccendieri, massoni, mafiosi, uomini di Chiesa… ma forse, vista la mole di denaro che erano capaci di creare, spostare, pulire, riciclare, non è così strano che abbia attirato tanti interessi.

Ho letto in questi giorni un bellissimo libro su Jost Hochuli, grafico svizzero contemporaneo, di altissima levatura. Il titolo è Jost Hochuli: Printed Matter, mainly books; l’avevo comprato due anni fa ed era rimasto sulla mia scrivania per troppo tempo. Di lui avevo letto anche Designing Books, pubblicato dalla Hyphen Press di Robin Kinross, illuminato tipografo ed editore inglese. Sono due libri fondamentali che consiglio a chiunque voglia fare il grafico e condivida la passione per la tipografia, la forma dei caratteri, la composizione, il progetto del libro.
Jost Hochuli è nato nel 1933 a St.Gallen, vicino a Zurigo. Appena ventenne ha imparato le basi del mestiere ‘a bottega’, presso Rudolf Hostettler; a 25 anni ha frequentato la Ecole Etienne a Parigi, seguendo i corsi di Adrian Frutiger. Ha aperto un suo studio, è diventato socio di una casa editrice e ha insegnato per molti anni alla scuola grafica di Zurigo, interrompendo sei mesi il corso per studiare in Inghilterra; non si smette mai di imparare…
La sua grande qualità è quella di calarsi nel progetto e farsi guidare. Non crearsi dei limiti, delle barriere. Ha una profonda attenzione al dettaglio tipografico, all’uso di pochi caratteri, massimo due, spesso uno solo; ben combinati e bilanciati tra loro: un bold sans-serif (grassetto senza grazie) le cui maiuscole sono nella stessa dimensione del carattere usato del testo; un Futura Bold per i titoli assieme ad un Bembo Italic per il testo. Ma anche caratteri della stessa ‘famiglia’: il Joanna e il Gill Sans, entrambi di Eric Gill. Unisce caratteri per affinità di stile o per totale contrasto: Baskerville con Univers, Centaur e Futura. La composizione non è mai banale, la scelta della carta è sempre verso toni caldi avorio, i colori della sovracopertina giocano coi colori dell’interno copertina e del frontespizio, il ‘grigio’ del testo bilancia la presenza di fotografie; molta attenzione a tutti quegli elementi di contorno che spesso non vengono curati, come la posizione del numero di pagina, l’indice, le didascalie e le note; aggiunge pochi elementi grafici che creano equilibri sottili ma fortissimi.
Ogni suo progetto meriterebbe un’analisi approfondita. Sul web si trova poco, l’unico modo per conoscerlo sono i libri che ha disegnato (bisognerebbe fare un viaggio in Svizzera e comprare tutto!), un articolo che ha scritto per Casabella, pubblicato sul numero 679, e i due libri che ho segnalato: entrambi si trovano senza grossi problemi presso Amazon.