La semplicità è la cosa piú difficile del mondo Vico Magistretti

W la felicità… Chi la cerca non ce l’ha W la felicità…
Signor Rossi cosa vuoi? Un gelato al pomodoro, un castello di cacao, tre bigné, sei caffè, trentatrè marron glacé
E poi, e poi, e poi…
Signor Rossi cosa vuoi? Pilotare un Auto Jet, far la doccia di champagne, con un frac rococò e sbancare il casinò
E poi, e poi, e poi…
W la felicità… Chi la cerca non ce l’ha W la felicità, chi la cerca non ce l’ha, W la felicità, chi la cerca non ce l’ha Ma dov’è? Ma dov’è? Chi lo sa? Che cos’è? Che cos’è? Che cos’è?
Sole, sole… giallo… sole Mare, mare… verde… mare Cuore, cuore… grande… cuore Fiore, fiore,… bianco… fiore.
Questa è la felicità… Chi la cerca già ce l’ha Questa è la felicità…
(Bruno Bozzetto, Franco Godi, Maurizio Nichetti, 1976-77)
Non era ’solo’ la sigla di un cartone animato… Peace&Love. F
(13 agosto) Mi sveglio alle 9, tranquillo. Porto giú le valigie, il proprietario dell’albergo, molto gentile, mi permette di lasciarle in un angolo mentre giro per Spoleto. Anche di giorno questa città è bellissima, c’è sole e tanta gente a piedi. Mi riperdo e ritrovo nei vicoli che ho visto la sera prima, mi infilo in alcune librerie, scatto foto e godo del piacere di essere a zonzo in una piccola città ospitale. Non ho mostre da visitare, solo il Duomo, con affreschi del Signorelli. Prima però passo per la piazza del mercato. L’odore del pane fresco mi attira. Qualche passo, qualche scatto e vedo una bancherella di frutta, butto un occhio sui fichi freschi, belli! Io adoro i fichi! Li apri con le dita e ti offrono il loro dolce nettare. Beh, il tipo me ne riempie un sacchetto, che consumo seduto vicino a una fontana di acqua fresca.

Vado a vedere il Duomo, mi aggiro tra gli affreschi, riconosco i santi (!), un giro veloce al bel parchetto dietro il mio albergo poi recupero le valigie e parto. Vado deciso verso Todi, ma dopo poco mi viene l’idea di andare a vedere la Cascata delle Marmore. Inverto la rotta e ripasso sotto Spoleto, vedo anche il Ponte Romano che cercavo. Sosta veloce per una visita ravvicinata, alcune foto e via di nuovo. Mi godo il paesaggio che cambia ancora, colline a perdita d’occhio, tanto verde, alberi fitti… l’Umbria è proprio il cuore verde d’Italia. Ed è bello vedere quanto i loro abitanti tengano alla ricchezza del loro territorio. Poco piú di 30 km e arrivo a Terni, passo in mezzo alla zona industriale, con grandi acciaierie; mi accodo a un gruppo di auto che vanno verso le cascate.

All’arrivo si vede… come dire… l’incavo, il solco dove passerà l’acqua della cascata! Sono le 13.30 e le acque ‘aprono’ alle 15. Sì, perché la cascata viene usata per produrre energia elettrica, quindi per alcune ore al giorno il flusso viene interrotto. Il bello di essere arrivati prima sta proprio nel vedere la cascata che prende vita. E all’apertura, visto che siamo un popolo di curiosi, è meglio approfittarne e far pagare un biglietto! 4 euro… mi sembra un po’ una fregatura, la cascata l’ha fatta la natura! È gratis! Comunque mi scelgo un posto da cui si vede, ho il mio libro di Bunker, mi metto a leggere e alle 15 sono in posizione. Abituato a film catastrofici mi immagino che l’acqua sgorgherà d’impeto, con forza, invece, ovviamente, esce piano piano. È comunque un bellissimo spettacolo; il flusso cresce fino a diventare imponente, dal basso; tra gli alberi su alza una grossa nuvole di vapore acqueo.

Riparto in direzione Todi. Un’ora circa di auto, paesaggi che cambiano ancora, pianure e colline sullo sfondo. Le nuvole si cominciano ad addensare, ancora. È la terza volta che mi sposto, la mattina c’è il sole e al pomeriggio viene a piovere. Todi mi appare su uno stretto colle, è piccola, raccolta, silenziosa. Sono le 16.30 e per i vicoli non si sente una voce, un rumore. Le strade sono ripide, c’è aria fresca, piove qualche goccia. Faccio in tempo a vedere il bel Duomo, con affreschi attorno al rosone all’ingresso invece che sul coro; e a girare un po’ a zonzo nell’incantevole tranquillità che trasmette Todi. È contagiosa. Meriterebbe una sosta prolungata, ma scopro che esistono solo due piccoli alberghi ed è tutto prenotato. Sarà per la prossima volta…

Mentre scendo per tornare all’auto, visito anche la bellissima Chiesa di Santa Maria della Consolazione, capolavoro e raro esempio dell’arte rinascimentale in Umbria. Ai piedi di Todi, in mezzo a una piana verdeggiante, la chiesa è stata costruita a partire dal 1508 ed è caratterizzata da un impianto a croce greca e da cinque grandi cupole (una per ogni abside e una centrale); è attribuita alla scuola del Bramante, ma vi hanno lavorato anche architetti come Antonio da Sangallo il Giovane, il Vignola e il Peruzzi. Lo spazio interno è grandioso, molto luminoso, ’sereno’. Un forte senso di equilibrio pervade il visitatore. Ci sono voluti 100 anni per completarla.

Riparto con un po’ di sole, destinazione la mia bella Orvieto. ‘Mia’ perché per 4 anni, a fine luglio, partecipavo ad un laboratorio di creatività vocale, ma questa è un’altra storia… Durante il viaggio, mentre costeggio il lago di Corbara, un pesante acquazzone mi costringe alla sosta, così dai finestrini zuppi mi godo il lago… da qualche parte deve esserci anche il camping dove dormivamo. Arrivo a Orvieto all’albergo Posta, molto modesto, né brutto né bello, un po’ vecchio… ma… sopresa! Dalla mia finestra si vede la torre dell’Orologio! Altro piacevole ricordo di quel periodo, era il luogo dove si svolgeva il workshop. Mi sistemo in camera e mi infilo sotto le coperte, al caldo. Leggo un po’, mi accuccio tra i cuscini e mi addormento. Mi sveglio a piú riprese, mi rigiro, spengo la luce e torno a dormire. Forse sono anche un po’ esausto della settimana di vagabondaggio. Domani non ho un’idea precisa della prossima meta. Improvviserò.
(domenica 12 marzo) È sera. Sono a Milano dal mitico Spontini, il cameriere si ricorda di me: pizza abbondante e coca media. Il campo base è a casa di Ely&Andre, carissimi amici dai tempi dell’università di architettura, che mi accolgono sempre nella city quando ho bisogno (o in occasione delle mitiche tigellate). Sono a Milano per fare il catalogo 2006 di DePadova. Sono contento di essere qua e onorato di avere questa possibilità (grazie Francesca).

(lunedì 13 marzo) Primo giorno alla DePadova, comincio a sperimentare la gabbia ‘svizzera’ che ho abbozzato ieri sera in pizzeria. In orizzontale è divisa in sei parti: 1/6 in alto è dedicato al nome del prodotto/designer, 2/6 in basso dal testo, e la parte centrale dalle foto, disposte in vari modi, che ‘raccontano’ il progetto o le idee che l’hanno ispirato, accompagnate a volte da disegni e dettagli. La pagina destra invece è usata per l’ambientazione o per foto di piú ampio respiro. Ma la regola non è fissa, cerchiamo di essere liberi e aperti a soluzioni che possono incuriosire, divertire… ci lasciamo ispirare noi stessi dal nome o dall’origine del progetto. Sono col mio portatile, su un grande tavolo bianco (il Tools), seduto su una bella poltroncina con le rotelle (la Pollack). Comincio dai capitoli delle librerie, dei divani e delle poltrone.
Mi sento molto ben accolto, mi piace l’ambiente, la luce, le persone che passano e quelle che qui lavorano. La signora DePadova mi offre un caffè, si siede al mio fianco e controlla il lavoro, è contenta. Ha una carica incredibile ed ancora una grande energia. Sembra una nonna giramondo. Sono contento di averla vista e conosciuta. Alla sera cena con Ely&Andre e Laura, una bella tavola imbandita, i tortelloni che ho portato sono stati apprezzati. Belle persone.
(martedì 14 marzo) Secondo giorno alla DP. Sto impaginando ad un buon ritmo, oggi mi dedico al capitolo dei tavoli e delle sedie; la Francesca (visual designer di DePadova con cui sto progettando il catalogo) è presa dal libro dei 50 anni, ha lavorato fino a mezzanotte. Mi dà altro materiale e vado avanti. Nel pomeriggio vivo un bellissimo momento: al grande tavolo su cui sto lavorando arrivano tre persone a parlare di contratti, sulla sinistra due uffici dove parlano tra loro, davanti a me, al suo tavolo, la signora DP parla al telefono con i suoi rivenditori in Emilia (!) e con un suo collaboratore, piú in là dei clienti sono seduti ad un tavolino e parlano di eventuali acquisti. Tanta gente è sparsa in tutto lo show room al primo piano, ognuno ha un suo spazio… mi tolgo le cuffie perché sento che sta succedendo qualcosa da ascoltare. Mi fermo e per un attimo vivo questo momento. È bellissimo… Tante persone, anime diverse, che il destino o il caso hanno portato davanti ai miei occhi, qua, ora.

(mercoledì 15 marzo) Terzo giorno. Ancora un bel sole fuori. Oggi lavoro ad altri capitoli del catalogo: i complementi e l’abaco. Sta venendo un bel lavoro, sono contento. C’è ancora molto da fare, da correggere, da migliorare, ma sono sicuro del buon risultato finale. C’è stato un bel momento oggi, quando ho regalato due dei miei segnalibri alla signora DP, li ha apprezzati molto, li ha guardati e ha detto: «Li facciamo col marchio DePadova sopra!». Io ero alle stelle! Sarei lusingato! Pranzo con un paio di panzerotti del mitico Luini, mi mancavano. Un giro veloce alla Hoepli. Prendo 3 libri, tra cui Fame di Knut Hamsun, opera preferita da molti autori come Agota Kristof, John Fante, John Steinbeck. Poi torno al lavoro. Serata con amici, aperitivo e pasta integrale coi broccoletti.
(giovedì 16 marzo) Quarto giorno milanese. Mi piace essere tornato per un po’ nella città dove ho studiato per tanti anni. Oggi lavoro ancora all’abaco, la parte finale del catalogo, dedicata alle misure e alle descrizioni dei prodotti. Cerco soluzioni leggere, sottili, ma ben leggibili e comode da consultare, e le prime prove mi soddisfano molto. Pranzo al bar di fronte col già mitico Salvatore: un piatto di verdure cotte con aggiunta di tonno. Alle 18 esco e volo all’Istituto Europeo del Design, c’è Gerard Unger, type designer olandese. Magro, capelli ricci grigi, fronte alta… tipico dutch! E come tutti i dutch (olandesi) è pratico e pragmatico. Comincia a parlare di quanto sia piatta la sua terra e finisce dicendo che vuole disegnare un carattere che faccia risparmiare carta. Parla dei suoi font, dello Swift (ispirato dal volo dei rondoni), del Gulliver (molto leggibile anche a 8.5 punti), del Capitolium (progettato per il Giubileo).
Sono tutti caratteri molto belli, ben disegnati, versatili, caratterizzati da occhielli ampi e da un’ottima leggibilità anche in condizioni un po’ estreme come la stampa dei quotidiani (molti suoi font sono nati con questo scopo, e molti newspaper del mondo li usano). Le lettere sono ‘tagliate’ con uno stile che riconosco subito come olandese. Alla fine dell’incontro gli chiedo cosa ne pensa degli e-book: lui sta progettando un carattere per un e-paper che dovrebbe uscire l’anno prossimo in Olanda. Mi risponde che sono un’idea ancora molto lontana dal divenire d’uso quotidiano. Finita la lezione esco e mi sento con Alex, altro amico dell’università e compagno nell’avventura Erasmus a Delft (ancora Olanda!) nel ’95-96. Ci vediamo da Spontini, davanti alla pizza comincia il revival di ricordi, che continua dopo un’ora nel pub a fianco… ad ogni sorso di rum riaffiorano situazioni e persone incontrate durante quel mitico anno.

(venerdì 17 marzo) È l’ultimo giorno di questa intensa settimana. Con Francesca facciamo il punto della situazione sul catalogo, cerchiamo di trovare idee divertenti, diverse per ogni pagina, per ogni prodotto. Alle 13.40 pranzo con la Paola, era tanto tempo che non la vedevo, ed è stato molto piacevole. Abbiamo parlato delle nostre realtà e scoperto molti punti in comune. È stato bello vederla. Pomeriggio ancora sul catalogo, con altre scansioni, scelte di carta e organizzazione dei tempi. Sera al cinema coi miei padroni di casa: V for Vendetta.
(sabato 18 marzo) Sono sul treno per Modena, mi sembra di rientrare da una vacanza. È stata la mia prima settimana di lavoro a Milano, prima non da studente. È stato istruttivo, ‘pieno’, riposante nonostante tutto (senza il telefono del mio studio…). Ho vissuto ogni momento, ogni incontro, ogni scelta. Lavorare per un po’ in un altra realtà apre i sensi, fa crescere…

Anche se non l’ho conosciuto personalmente, ho avuto la fortuna di farlo tramite i suoi oggetti, come la lampada Eclisse, che è stata la prima lampada ad illuminare le mie letture notturne, e i suoi disegni, cosí colorati e ricchi di anima, che accompagnavano i progetti per la Collezione DePadova.
Non so se prenderlo come un segno, ma ieri, quando è morto l’architetto Vico Magistretti, è crollato il fienile davanti a casa mia… era il mio paesaggio da 35 anni.

14 settembre. Reggio Emilia. Un piccolo agguerrito gruppo di fedeli zeejay di Zio Radio, ha partecipato alla laurea del suo ideatore, Antonio Cavedoni. Sulle prime file dei banchi, indossando l’immancabile T-shirt, ha sostenuto lo Zio nel suo momento di massima celebrazione. «La radio della porta accanto» ha ottenuto l’ambita corona d’alloro (106/110). Unico assente: Oscar, il vero deus sive machina di Zio Radio.
Ho sempre avuto la passione per i fumetti. Sono partito molti anni fa con Popeye, ho attraversato il periodo Bonelli, qualcosa leggo ancora; ho conosciuto e amato il fumetto d’autore, da Pratt a Manara, da Bilal a Hergè; ho amato il grande Magnus, di cui conservo gelosamente un preziosissimo schizzo de Lo Sconosciuto. Molti anni fa, quando studiavo a Milano, frequentavo la Borsa del Fumetto. In mezzo ai fumetti italiani, francesi, americani (che non ho mai capito lo ammetto) arrivò come una bomba il manga giapponese: ricordo fiumi di pischelli che spendevano anche centomila lire per un fumetto scritto in una lingua che immagino non capissero, i primi manga arrivavano direttamente dal Giappone, di importazione, non tradotti! Era scoppiata una vera e propria mania, come tante in Italia.
Per anni ho ignorato il fenomeno. Poi, come spesso succede, sono arrivati anche i fumetti validi. A Modena il mio pusher di fiducia è da sempre Daniele Iori. In una delle miei frequenti visite mi consiglia un autore che non era mai stato tradotto in italiano ed era considerato dagli esperti l’Hugo Pratt giapponese: Osamu Tezuka. Lo pubblica una casa editrice milanese, la Hazard. Titolo: La storia dei tre Adolf. Cinque volumi da 250 pagine l’uno. Tezuka è quello che ha inventato lo Story Manga.

È successo qualche anno fa, ma in me è ancora vivo il ricordo di quella lettura. Sconvolgente. Intenso. Unico. Un punto di vista sulla seconda guerra mondiale totalmente nuovo. La storia va dagli anni ‘30 agli ‘80, i protagonisti sono: Adolf Kamil, figlio di un panettiere ebreo, e Adolf Kaufmann, figlio del console tedesco a Kobe, che fin dall’inizio viene a conoscenza dell’inconfessabile segreto del terzo Adolf, Hitler. Quale sia il segreto non lo scrivo, in mezzo alla tragedia che si consuma è quasi paradossale. L’intreccio è complesso ma molto affascinante, a tratti melodrammatico com’è nella tradizione del racconto giapponese. L’aspetto che Tezuka mette ben in rilievo è che tutti i protagonisti della storia, ma anche della Storia in senso piú ampio, si muovono e agiscono per quella che in cuore loro ritengono una ‘giusta causa’. Dalle follie del dittatore tedesco, alla ribellione del figlio del console, dalle lotte per la nuova terra degli ebrei alla guerra degli arabi per non cederle: «Ognuno portava avanti il proprio concetto di giustizia». E alla fine sarà un vecchio giornalista, che ha attraversato tutta la Storia e ne ha conosciuto i protagonisti, a raccontare La storia dei tre Adolf, e cercare di capire cosa sia la ‘giusta causa’.

In questi anni la Hazard ha pubblicato tutte le opere piú importanti di Osamu Tezuka: Budda, Black Jack, Ajako, MW, Kimba; da poco ha cominciato la serie della Fenice. Sono opere di grande respiro, profonde, umane. Se anche non amate i fumetti, Tezuka ha la capacità di portarvi dentro la storia, di coinvolgere il lettore. È stato un autore infaticabile, era affascinato dalla vita a 360 gradi. Aveva una grande passione per la natura, le piante, gli insetti. La sua passione per il corpo umano l’ha spinto a studiare medicina, e si è anche laureato! Scriveva storie e disegnava migliaia di tavole, ad un ritmo forsennato. Si parla di 75.000 tavole disegnate e oltre 250 milioni di copie vendute, in sessant’anni di vita! Poco prima della sua morte, alcuni importanti quotidiani nazionali si erano fatti promotori di una campagna a favore dell’assegnazione a Osamu Tezuka del premio Nobel per la Letteratura.
Prendo a prestito una frase di Rushdie: Leggetelo, leggete ogni cosa che Tezuka ha scritto.

Ancora un gioiello dal duo Saltini-Bunker… Sono tornato dalle ferie e in una settimana giorno e notte, impaginare, leggere, correggere… Alcuni testi che mancavano, le foto «arrivano domani… arrivano lunedí»… In poco tempo, dormendo poco ed entrando nell’incredibile trip del maestro Saltini… Ma alla fine, dopo tante fatiche, un altro capolavoro!
Va bene, basta auto-complimenti… ma il libro merita moltissimo. Molto belli i testi (forse anche meglio di Amante Calante, piú ricco, piú complesso), il formato grande, 17×24 cm, l’impaginazione ariosa, tre registri narrativi, cambi di stile e di carattere tipografico. Curato in ogni dettaglio, dalle note al curriculum dell’autore, dalle didascalie delle opere al colophon, all’ultima pagina! È stato stampato su una bellissima carta svedese, la Print prodotta dalla Munken, nella versione Cream per la parte dedicata al racconto-saggio-romanzo, e in quella White per la parte dei testi critici (a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei) e delle opere. Fremo nell’attesa di ricevere le scatole dalla legatoria…

Il libro è nato assieme ad una mostra, che inaugurerà durante il festival filosofia 2006, con vernissage venerdì 15 settembre 2006 alle ore 17.30. Accorrete per avere una copia firmata dall’autore (o se preferite dal grafico…).